L’errore come tappa sulla via. Scrittura e paura di fallire

errore e scrittura

Cos’è l’errore per te? Quando pensi di avere fallito? Come ti sei sentito/a?
Nell’articolo di oggi ti spiego come la scrittura può diventare una grande alleata nel guardare l’errore con occhi nuovi, cogliendo ogni suo messaggio.




Non ricordo cosa avessi scritto, ma quel numero lo ricordo distintamente. Un quattro e mezzo scritto grande, in rosso, in fondo al foglio protocollo. Quando me lo aveva consegnato, l’insegnante mi aveva spiegato che non avevo risposto alla traccia, che ero andata fuori tema. Non saprei proprio su quali sentieri mi fossi inerpicata quella volta, dove non avessi seguito il segnavia, quale passaggio logico avessi mancato in modo tanto smaccato.

Ero in quarta superiore e quell’errore mi pesava. Eccome se mi pesava.
Per non mettermi a piangere mi ero messa a fare le scale a due a due nel cambio dell’ora, buttando fuori sudore anziché lacrime.

Quell’errore non lo avevo ascoltato, non lo avevo capito.
Quell’errore mi aveva fatto solo sentire di avere fallito, indistintamente e in modo vergognoso.
Non che fossi mai stata la Virginia Woolf dei temi, scrivere in classe seduta al banco non mi è mai piaciuto, però quattro e mezzo…

Per molto tempo ho pensato all’errore come a qualcosa da evitare.
Un segnale di inadeguatezza. Una freccia luminosa che avrebbe puntato dritto verso di me. E sia mai che mi mettessi troppo in evidenza. Una pecca che avrebbe fatto rimanere male chi mi voleva bene. Li avrei protetti dai miei possibili errori.

Anche oggi non ho molta simpatia per la me che sbaglia, ma contemplo la possibilità di sbagliare nel mio fare quotidiano.

E dopo quasi trent’anni da quel quattro e mezzo sono qui oggi a scrivere di errori. A discorrere di fallimenti, a proporti qualche spunto di riflessione, non dall’alto della mia neo-acquisita saggezza (magari), ma dalla prospettiva di chi sa di essere fragile e su questa fragilità ci lavora.

Cos’è davvero la paura dell’errore

La paura dell’errore è una tra le emozioni più diffuse, spesso camuffata da altre sensazioni o stati d’animo.

Spesso si traveste da perfezionismo, da bisogno di controllo, da procrastinazione. Ci diciamo che stiamo aspettando il momento giusto, le condizioni migliori, una maggiore sicurezza.

In realtà, stiamo evitando il rischio di sbagliare.
Perché? La paura dell’errore non riguarda soltanto l’errore in sé, ma ciò che immaginiamo che quell’errore dica di noi:
“non sono capace”
“non valgo abbastanza”
“non sono all’altezza”.

L’errore smette così di essere un evento, un qualcosa che può accadere, e diventa un’identità, quello che siamo.

Se vuoi approfondire il tema della gestione delle emozioni attraverso la scrittura, ti consiglio l’articolo “Scrivere per imparare a gestire le emozioni”.

C’è un errore che ti ricordi con particolare vergogna?

Perché abbiamo paura di sbagliare

scrittura e paura dell'errore_kintsugi

La nostra cultura spesso lega il valore personale alla performance.
Fin da bambine e bambini impariamo che il risultato misura chi siamo: un voto, un giudizio, un esito negativo diventano indicatori di valore.

In questo scenario, l’errore non è più un passaggio naturale, ma una minaccia.
L’errore è una deviazione, uno stigma, qualcosa di cui vergognarsi, da nascondere.

Non tutte le culture trattano l’errore allo stesso modo. Se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che il nostro modo di intendere l’errore non è universale. In molte tradizioni orientali, ad esempio, l’imperfezione non è qualcosa da correggere o nascondere, ma una parte essenziale della nostra manifestazione nella Vita.

L’arte giapponese del kintsugi, che ripara gli oggetti rotti con l’oro (come nella foto), ne è una metafora potente: la frattura non viene cancellata, ma valorizzata. Questo cambio di prospettiva è tutt’altro che estetico. Influenza profondamente il modo di guardare il mondo.

Se l’errore è una colpa, ci ritraiamo.
Se l’errore è parte del processo, possiamo muoverci, non ne restiamo intrappolati.

In modo similare lavora il concetto di shoshin, termine giapponese che si può tradurre in italiano come mente o cuore del principiante o spirito iniziale.

Il concetto di shoshin allude a un atteggiamento positivo di attenzione e di mancanza di pregiudizio e indica lo stato d’animo di curiosità e desiderio di imparare qualcosa di nuovo, caratterizzato da una combinazione vitale di energia e paura di sbagliare.

Gianrico Carofiglio, Elogio dell’ignoranza e dell’errore

E invece: sbaglia chi fa (se sbagli vuol dire che hai agito)

In molte arti marziali orientali e in diversi sport da combattimento occidentali la prima cosa che viene insegnata agli allievi è la tecnica delle cadute. L’idea di fondo è che cadere sarà inevitabile e frequente e, dunque, è indispensabile imparare a farlo bene, con grazia, rialzandosi velocemente. La tecnica corretta delle cadute, infatti, implica una sequenza in cui, senza soluzione di continuità, si passa dallo squilibrio alla caduta vera e propria, fino a un movimento di ritorno alla posizione eretta, pronti a continuare a combattere.

Gianrico Carofiglio, Elogio dell’ignoranza e dell’errore

Restiamo su quell’idea di fondo: se agiamo, cadere sarà inevitabile.
Sappiamo già che cadremo, che qualche errore nel percorso lo faremo. Impariamo a sbagliare, impariamo a cadere, impariamo a rialzarci dalla caduta. Senza restare al tappeto fino al termine dell’incontro, dichiarandoci eternamente sconfitti.

Più cerchiamo di evitare di cadere, più ci esponiamo a forme di fallimento più profonde: la mancanza di apprendimento, l’immobilismo, la rinuncia, la vita non vissuta.

Mentalità fissa e mentalità di crescita

kintsugi

La psicologa Carol Dweck ha descritto bene le differenze di cultura e mindset legate all’errore, parlando di mentalità fissa e mentalità di crescita.
Nel primo caso, l’errore è considerato una prova di incapacità e incompetenza. Va evitato.
Nel secondo, è un’informazione utile, un passaggio necessario per migliorare, per apprendere.

Non cambia ciò che accade, cambia il modo in cui lo interpretiamo.

Chi è a disagio con la propria fallibilità pretende di realizzare ogni impresa perfettamente, sin dall’inizio. Quando questo non riesce (quasi sempre), il passo successivo non è riprovare, migliorare, progredire: è abbandonare l’impresa.

Gianrico Carofiglio, Elogio dell’ignoranza e dell’errore

Il passaggio più importante è smettere di pensare a una vita senza errori come a un obiettivo realistico. Non lo è.
Possiamo invece iniziare a fare spazio all’errore, a inserirlo nella nostra idea di percorso.

Questo significa agire anche quando non abbiamo tutte le informazioni, accettare una quota di incertezza, riconoscere che ogni scelta comporta un margine di rischio. Non si tratta di diventare incoscienti, ma di smettere di aspettare condizioni perfette che, nella maggior parte dei casi, non arriveranno mai.

L’errore come architettura del progresso

L’errore non è un accidente o un incidente: è la struttura stessa del percorso della Vita sulla Terra, della nostra specie, della cultura, dei singoli percorsi di vita.

La conoscenza procede per tentativi, aggiustamenti, deviazioni. Anche nella storia della scienza e della cultura, molte scoperte sono nate da errori o da risultati inattesi.

“L’errore è il battito di coda dell’esistenza, il modo in cui essa procede e si traccia una strada nelle tenebre”, scrive Roberto Mercadini in “Storia perfetta dell’errore”, un libro ricco di storie e aneddoti che ti invito calorosamente a leggere.

C’è un errore che ti ricordi con particolare nostalgia o tenerezza verso quel o quella te che non sei più?

Come la scrittura aiuta a superare la paura dell’errore

La paura dell’errore non va nascosta, come ogni altra emozione va ascoltata, va attraversata, va gestita, senza lasciare che sia lei a gestire noi e il nostro agire, o non agire, nel mondo.
La scrittura guidata può aiutarci a superare la paura dell’errore o quanto meno a guardare all’errore con occhi nuovi.
Come?

Rallentare il pensiero

Scrivere costringe la mente a rallentare. Ci costringe a uscire dalla reazione immediata e a entrare in una dimensione più profonda e introspettiva. Ci aiuta a capire l’origine delle nostre paure, a guardarle in faccia, a descriverle.

Prendersi cura della propria fragilità

L’errore fa parte della nostra natura umana, fragile, vulnerabile, ma forte allo stesso tempo, perché in grado di evolvere dall’errore. Nessuna vera forza prescinde dall’accettazione dell’errore, della fragilità, della vulnerabilità.

La scrittura scava nella ferita e nello stesso tempo ne allevia il dolore.

Torno a Roberto Mercadini:

Siamo tutti nati da cose imperfette. Siamo tutti incerti, in equilibrio precario. Qualsiasi bellezza di cui possiamo risplendere è scavata dentro questa fragilità.

Esternalizzare l’errore

Quando mettiamo per iscritto un errore, accade qualcosa di importante: smettiamo, anche solo per un momento, di identificarci completamente con esso.
L’errore diventa qualcosa che possiamo osservare, descrivere, analizzare.
Si crea distanza cognitiva.

L’errore tragico e inutile, sbaglio vero e proprio, è quello da cui non impariamo nulla su noi stessi e sul mondo, sui nostri limiti e sulle nostre potenzialità.

Francesca Corrado, founder di Scuola del fallimento

Ridurre il rimuginio interiore

“Se avessi detto”, “se non avessi fatto”… quante volte ripetiamo nella mente frasi di questo tipo?
L’errore, così, non resta nel passato ma continua ad agire nel presente, amplificandosi.
Quello che si perpetua è spesso il senso di vergogna e incapacità.

La scrittura ci aiuta a riconoscere e superare il rimuginio interiore, a sollevare l’àncora dall’errore del passato e guardare oltre, forti dell’esperienza acquisita.

Trasformare il racconto

La scrittura permette di rinarrare l’evento, cambiare prospettiva, ridefinirne il significato. Rinarrare l’esperienza: non nel senso di edulcorarla, ma di inserirla in un contesto più ampio, di coglierne le connessioni, le implicazioni, le conseguenze reali.
Di mettersi in ascolto del suo messaggio.

La Scuola di Fallimento di Francesca Corrado insiste su questo punto: non si impara dall’errore automaticamente, si impara quando l’errore lo si accoglie, ascolta ed elabora.

Non è vero che sbagliando si impara, si impara se l’errore lo si accetta, lo si riesce ad analizzare in modo oggettivo e senza eccessivo coinvolgimento emotivo, se lo si utilizza come nuovo punto di partenza.

Francesca Corrado, founder di Scuola del fallimento

C’è poi un aspetto che riguarda il linguaggio. Le parole che usiamo per descrivere ciò che ci accade non sono neutre. Dire “Ho fallito” o dire “Ho fatto esperienza” non è la stessa cosa: cambia il modo in cui interpretiamo l’evento e, di conseguenza, il modo in cui agiamo dopo.

Con la scrittura guidata, iniziamo a spostare il peso da “Sono sbagliato/a”, che ci porta a identificarci con l’errore, a “È successo questo”.

Vedere e ascoltare l’errore grazie alla scrittura guidata

La paura dell’errore non va ignorata o eliminata.
Va riconosciuta, capita, ascoltata, attraversata, senza permetterle di prendere decisioni per noi.

La scrittura, in questo processo, è una compagna affidabile.

Ci chiede tempo, attenzione, onestà.
Ma in cambio ci restituisce qualcosa di essenziale: la possibilità di vedere con maggiore chiarezza.
E, a partire da quella chiarezza, comprendere, scegliere, trasformare.

E, soprattutto, fare un passaggio essenziale: da un errore potenzialmente evitato a una vita agita e vissuta.

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