La scrittura come atto di cura, di sé e del mondo

la scrittura come cura

Cosa vuol dire prendersi cura di sé e del proprio tempo?
Scrittura e lettura sono atti solitari e un po’ egoistici?
O possono essere strumenti di cura di noi e dei mondi che attraversiamo?

Nell’articolo di oggi qualche riflessione su questi temi.




Il lunedì ci domandiamo: “Quanto manca al weekend?”. Il 7 gennaio il pensiero corre alle ferie di Pasqua o a: “Quando sarà il primo ponte dell’anno?”. Anni fa, quando facevo un lavoro d’ufficio particolarmente noioso, frasi come queste risuonavano quotidianamente tra i colleghi, mentre in me aleggiava l’eco: “E nel frattempo?”.
Nel frattempo, tra il lunedì alle 8.30 e il venerdì alle 18, mi immergevo in una lunga apnea che sottraeva respiro e tempo alla vita.

Male moderno? Direi di no.
Ne scriveva già Seneca, nel “De brevitate vitae”, duemila anni fa. Apparentemente nel primo secolo dopo Cristo, ma secondo me c’è il trucco e questo testo è stato scritto l’altro ieri. Ad ogni modo: immortale.  

Sentirai i più dire: “A partire dai cinquant’anni mi metterò a riposo, a sessant’anni andrò in pensione”. Non è troppo tardi cominciare a vivere solo quando è tempo di finire? Che sciocco oblio della condizione mortale rimandare i buoni propositi ai cinquanta e sessant’anni e volere iniziare la vita dal punto a cui pochi sono arrivati.

E ancora:

Quello, ottenuta la carica agognata, non vede l’ora di deporla e non fa che ripetere: “Quando passerà quest’anno?”. Quello organizza i giochi cui tanto teneva e dice: “Quando ne verrò fuori?”. Quell’avvocato è conteso in tutto il foro e per ascoltarlo si accalcano fin dove non è possibile udirlo: “Quando” dice “ci saranno le ferie?”.

Seneca si interroga sulla lunghezza della vita: il tempo a nostra disposizione è sufficiente? O troppo fugace?
Arriva alla conclusione che la vita è abbastanza lunga per chi si sa prendere cura del proprio tempo.

Ma cosa vuol dire prendersi cura di sé e del proprio tempo?

Siamo allenati alla performance, non alla cura

Gran parte delle nostre giornate è organizzata attorno a un principio implicito: fare, produrre, raggiungere obiettivi. È una logica che funziona, in molti ambiti. Ma quando diventa l’unica, finisce per impoverire il senso del nostro stare al mondo.

  • Camminare per raggiungere una vetta o superare i 1.000 metri di dislivello.
  • Andare in palestra per perdere peso.
  • Leggere un libro di self-help per acquisire nuove competenze.
  • Fare networking per ottenere nuove opportunità di lavoro.
  • Telefonare a un’amica per mantenere vivo il contatto e non sentirsi in colpa.

Dentro questa prospettiva, anche il tempo libero rischia di essere colonizzato. Non trova spazio se non è utile, se non ha uno scopo, se non serve. Così anche ciò che dovrebbe rigenerare diventa, in qualche modo, un altro task all’interno di una settimana già condensata.

E tu, cosa fai per il solo piacere di fare?

Quando ogni gesto ha una finalità, rischia di scomparire uno spazio fondamentale: quello in cui fare qualcosa per il piacere di stare in quell’attività, non per arrivare da qualche parte.

Una parola bellissima: Autotelico

Qualcosa (un’azione, un’attività, un gesto, un’esperienza) che trova il proprio scopo in sé stessa, senza fini o ricompense esterne.

Vuoi saperne di più? Ti rimando alla scheda di “Una parola al giorno”.

Affaccendarsi a vivere non è vivere

La nostra vita è farcita da stimoli di ogni tipo e qualità, non scorre più veloce di quanto non facesse novant’anni fa, ma sicuramente in modo frammentario e disarmonico. L’accumulo di grandi quantità di esperienze, emozioni, contatti, impegni, informazioni viene spesso interpretato come un vivere intensamente. Più facciamo, più sentiamo di essere in movimento, di non perdere tempo.

Ma è davvero così?

Nulla è più estraneo all’uomo affaccendato del vivere.

Sì, ancora lui (Seneca). Mentre siamo impegnati a fare-fare-fare, spesso non ci accorgiamo che la vita passa tra le nostre dita.

E quando non ce la facciamo più?

Arrivano i momenti in cui sentiamo con prepotenza il bisogno di fermarci.
Perché il ritmo è diventato da settimane troppo serrato, perché ci sentiamo compressi e compromessi nelle nostre energie vitali, perché le giornate non ci lasciano scampo, perché capiamo di non riuscire più a performare al meglio.

Allora, quasi allo stremo, cerchiamo una risposta, una parentesi dal frastuono che è diventata la nostra vita.
Proviamo a staccare, anche con fatica, a fare qualcosa che ci faccia stare meglio.

Spesso queste pause restano un episodio isolato.
Funzionano, nell’immediato.
Poi però si ritorna esattamente allo stesso ritmo di prima.

Perché è difficile fermarsi

Fermarsi a volte provoca un senso di colpa. Allontanarsi dai propri doveri, professionali, famigliari, personali, viene vissuto come un atto di egoismo, un qualcosa che riguarda noi e non tocca le altre persone. Anzi, che va a svantaggio delle persone cui vogliamo bene, che vivono con noi, che lavorano con noi, che entrano in contatto con noi.
Un gesto separato dal resto, da un fare che è l’essenza della nostra vita. 

Ma se ci pensiamo bene, le cose non stanno così.
Quando siamo saturi, affaticati, continuamente proiettati in avanti, entriamo nelle relazioni con meno disponibilità. L’ascolto si riduce, le reazioni diventano più automatiche.

Al contrario, quando c’è uno spazio di cura, cambia la qualità della presenza.
Quando ci prendiamo cura di noi, quando valorizziamo il nostro tempo, quando ci vogliamo bene, quando carichiamo le nostre energie, quando lavoriamo sulle nostre risorse, torniamo al mondo più pronti, più carichi, più capaci di attraversare in modo positivo tutti i contesti relazionali che attraversiamo, più capaci di risolvere problemi, conflitti, di espandere luce, energia, amore, anche quando la vita ci spreme come un limone.

Quali spazi, anche minimi, di inattività e di pausa ti dedichi nella settimana?

L’inattività come scelta creativa e produttiva

Il filosofo Umberto Galimberti sottolinea l’importanza della noia e dell’inattività come spinta all’invenzione: “Se ti annoi, inventi”.
Solo in assenza di stimoli continui la mente trova lo spazio per creare, reinventare e scoprire sé stessa.

Riposare è creare, è fare. E fare meglio.

Ecco come ne parla Matt Haig, in “Parole di conforto“

Riposare potrebbe essere addirittura lo scopo della vita. Sedersi passivamente, dentro casa o fuori, e assorbire le cose – il ticchettio di un orologio, una nuvola passeggera, il ronzio lontano del traffico, un uccellino che canta – a volte mi sembra di per sé uno scopo. Dà la sensazione di essere, e in effetti lo è, più significativo di tante cose che i nostri condizionamenti ci spingono a ritenere produttive.

Se siamo d’accordo che servono le pause fra le note perché la musica suoni bene, che serve la punteggiatura perché una frase sia coerente, dovremmo considerare il riposo, la riflessione e la passività – dunque anche stare seduti sul divano – una parte intrinseca ed essenziale della vita, necessaria a dare senso a tutto il resto.

Rallentare significa cambiare il modo in cui attraversiamo la vita, riportarsi a un livello di maggiore presenza, migliorare la qualità dell’attenzione, focalizzare la nostra energia.

Il tempo inattivo, il tempo della stasi, della pausa è contro-intuitivamente produttivo, è anche quello in cui affiliamo le asce per essere più efficaci nel taglio del bosco (no, non ti sto invitando a falcidiare piante).

Su questo aspetto, condivido il breve racconto “Il boscaiolo tenace” da “Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere” di Jorge Bucay.

C’era una volta un boscaiolo che si presentò a lavorare in una segheria.
Il salario era buono e le condizioni di lavoro ancora migliori, per cui il boscaiolo volle fare bella figura.
Il primo giorno si presentò al caporeparto, il quale gli diede un’ascia e gli assegnò una zona del bosco.
L’uomo, pieno di entusiasmo, andò nel bosco a fare legna.
In una sola giornata abbatté diciotto alberi.
“Complimenti!” gli disse il caporeparto, “Va’ avanti così.”
Incitato da quelle parole, il boscaiolo decise di migliorare il proprio rendimento il giorno dopo.
Così quella sera andò a letto presto.
La mattina dopo si alzò prima degli altri e andò nel bosco.
Ma nonostante l’impegno, non riuscì ad abbattere più di quindici alberi.
“Devo essere stanco” pensò. E decise di andare a dormire al tramonto.
All’alba si alzò deciso a battere il record dei diciotto alberi.
Invece quel giorno non riuscì ad abbatterne neppure la metà.
Il giorno dopo furono sette, poi cinque, e l’ultimo giorno passò l’intero pomeriggio tentando di segare il suo secondo albero.
Preoccupato per quello che avrebbe pensato il caporeparto, il boscaiolo andò a raccontargli quello che era successo, e giurava e spergiurava che si stava sforzando ai limiti dello sfinimento.
Il caporeparto gli chiese: “Quando è stata l’ultima volta che hai affilato la tua ascia?”.
“Affilare? Non ho avuto il tempo di affilarla: ero troppo occupato ad abbattere alberi”
.

La presenza come forma di cura

Nella tradizione zen, la cura non è separata dalla vita quotidiana. È, piuttosto, un modo di abitare ogni gesto.
Un altro breve racconto per te da “100 storie zen”: “Lo zen di ogni istante”.

Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante.

Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l’ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: “Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell’anticamera. Vorrei sapere se hai messo l’ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli“.

Tenno sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.

La cura è attenzione, consapevolezza, presenza, esercizio, allenamento. Se resta confinata a momenti isolati, difficilmente riesce a incidere davvero. La cura è una pratica di vita.

Forse il punto non è trovare più tempo, non è fare di più, ma iniziare ad abitare diversamente il tempo che già abbiamo.
Non avere paura di fermarsi, di fare spazio, di dire “non ci sono”, di prendersi tempo per fare qualcosa che ci fa stare bene, che magari non è immediatamente utile, ma costruisce un mattoncino di bene nella nostra vita.
Non tutto ciò che conta produce un risultato immediato e tangibile.

La scrittura e le storie come pratiche di cura

È in questo spazio che la scrittura e la lettura diventano pratiche di cura.
All’apparenza sono attività solitarie. E lo sono, almeno in superficie.
Ma è proprio lì che accade qualcosa di essenziale: entriamo dentro di noi, e allo stesso tempo entriamo in contatto con l’altro da noi e con l’umanità cui apparteniamo.

Alessandra Perotti in “Scrivere per guarire” ci ricorda che nessuna storia è davvero personale. Nessun narratore è solo, siamo parte di una narrazione più ampia che abbraccia la nostra famiglia, il nostro tempo, la società, le geografie.  

Ho capito che ogni parola che scriviamo è nostra, intima e, nello stesso tempo, si collega a tutte le parole del mondo. Ci fa riconoscere parte di un tutto molto più vasto: grido nel grido, speranza nella speranza; la scrittura è mano tesa verso chi con noi condivide un cammino, quello umano.

Scrivere significa fermarsi, ascoltarsi, dare forma a ciò che spesso resta indistinto, entrare in profondità nelle esperienze.
Leggere significa esplorare altri sguardi, altre vite, altre possibilità.
In questo movimento si attivano competenze profonde:

  • empatia
  • capacità di ascolto
  • spirito critico
  • capacità di stare nella complessità
  • problem solving
  • gentilezza e compassione verso sé stessi e le altre persone
  • possibilità di riconoscersi umani: fragili e forti insieme.


Sono qualità che non restano confinate nello spazio della scrittura o della lettura.
Si trasferiscono, in modo spesso silenzioso e impalpabile, nella vita quotidiana e nelle relazioni.

La scrittura nei laboratori di Esplòrea


Nei laboratori che organizzo, la scrittura non è orientata alla produzione di un testo bello o scritto bene. Di un testo che guarda a una possibile pubblicazione.

Scriviamo…
per conoscerci di più, per ritrovare la nostra voce.
Perché ci fa stare bene.
Per ridare dignità e senso a tratti del nostro percorso.
Per sentire che viviamo, mentre stiamo vivendo.
Per abitare, per rallentare, per creare uno spazio in cui potersi esprimere senza pressione.
Per tendere la mano, per condividere.

La scrittura e le storie non sono un mezzo per arrivare altrove.
Sono già un modo per prendersi cura.


Come deciderai di prenderti cura di te?

Ogni prima domenica del mese ti invio una mail con una pratica di scrittura introdotta da un brano o da una riflessione. Un piccolo stimolo per vivere con maggiore consapevolezza il periodo dell’anno che si apre.

E ti aggiorno sui prossimi percorsi.

Ti va di riceverla?

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